STICKY

Cosa chiedo allo Psicologo

Ascolta il Podcast: Cosa chiedo allo Psicologo?

Oggi entriamo subito nel vivo dell’argomento con una domanda in apparenza banale ma sostanzialmente centrale nel percorso di consulenza psicologica. Cosa si chiede allo psicologo?

Partiamo subito con un caso:

Elisabetta (nome di fantasia) arriva dallo psicologo lamentando una difficoltà con il figlio adolescente. Racconta di come sia cambiato e di come sia difficile controllarlo. Il figlio vorrebbe fare un week end di alcuni giorni con degli amici e le è venuto in mente di mandarla dallo psicologo per capire se fosse pronto per una esperienza del genere. 

Racconta di come lo abbia mandato da uno psicologo, amico di famiglia ma non ci sia stato verso. Il ragazzo, stranamente non si è aperto. Non è riuscito a lasciarsi andare. Che fatto curioso, non trovate?

La madre vorrebbe capire come capirlo meglio, se ci sono delle tecniche per entrare nel suo mondo interiore.

Tutto parte da lì, da quella domanda che può sembrare scontata ma non lo è affatto.

La madre chiede tecniche strategie per comunicare meglio con il figlio, per metterlo al sicuro da cattive compagnie, da esperienze dolorose o rischiose. D’altronde dovere di mamma è quello di proteggere il proprio figlio.

Lo psicologo solerte, appassionato di fuffa psicologica, potrebbe rispondere alla lettera alla domanda della madre. A domanda rispondo.

Potrebbe impartirle lezioni di comunicazione empatica, lettura della comunicazione non verbale oppure potrebbe aderire collusivamente alla preoccupazione materna, magari ricevendo il ragazzo per capire se c’è qualcosa che non va in lui. Se è adatto a fare una esperienza del genere.

Magari valutando la maturità del ragazzo. E dando infine come un padre, o  giudice severo ma saggio il suo responso.

Cosa c’è allora che non va assolutamente in tutto questo? Cosa stride enormemente, mentre vi racconto questa storia?

Se seguiamo la pista della domanda cercando di capirci qualcosa della domanda della madre, possiamo cogliere immediatamente un aspetto importante.

La madre si lamenta e implicitamente chiede (dico implicitamente ma neppure tanto implicitamente) allo psicologo di controllare il figlio. Elisabetta le prova proprio tutte.

Lo manda dallo psicologo di famiglia per analizzarlo. Iniziate a comprende la violenza dietro questa iniziativa? Diventa chiaro che il ragazzo non si apra. Non perché sia introverso o timido di carattere ( e su questa questione della timidezza ci sarebbe tanto da dire) ma perché evidentemente ha mangiato la foglia, e da un bel pò. Sente la madre desiderosa di controllarlo, sente l’intrusività della donna, ma sempre per il suo “bene”.

Sono ironico ovviamente.

Il ragazzo cerca di evitare le proposte di controllo e di violenza di questa madre che legittima il suo operato violento attraverso la preoccupazione di quello che può accadere.

Si badi bene: la preoccupazione spesso raccoglie attorno a se un buon consenso. Con tutte le droghe, i pericoli che ci sono in giro, un genitore deve stare ben attento.

Proviamo invece ad ipotizzare che il nostro psicologo riesca a resistere alla tentazione di rispondere pedessiquamente alla domanda della madre e provi insieme a lei ad esplorare il senso della domanda.  

Qual è la domanda che ha portato dallo psicologo questa donna?  Perché il problema non è mai trovare la risposta alle domande ma dare un senso a queste ultime. 

La domanda racchiude in sé il senso della relazione con noi stessi e con gli altri.

Riflettere sulla domanda vuol dire capirsi, capire quali sono le aspettative, i desideri o le paure di cui sono portatore.

La donna potrebbe per esempio parlare di quanto le faccia paura riconoscere il fatto che il figlio stia crescendo, e che questo implichi un senso di perdita che potrebbe essere elaborato.

La donna potrebbe interrompere l’impotenza che vive nella pretesa di controllare il figlio e ricominciare a investire su progetti che la riguardino come persona, riconoscendo altre funzioni oltre quella materna.

Insomma se lo psicologo resiste alla tentazione di controllare insieme alla madre il figlio, può iniziare un percorso dove a partire dalla domanda della madre può elaborare linee di sviluppo interessanti per la donna.

Tutto ciò significa in definitiva utilizzare la psicologia per esplorare nuove possibilità di sviluppo dentro la relazione. Di contro ci si troverà in vicoli chiusi dove la fuffa psicologica la farà da padrone.

Write a comment